26/1/2013 – diSORVOLO

Una settimana dopo la fine della prima tappa, ripercorro di sorVOLO le parole scritte e le domande sgorgate. Del respiro frammentario MULTIVERSO della creazione qualcosa inizia a sedimentarsi 

 

18/1/2013 – RESURREZIONI

Le parole che hanno dialogato con i corpi in creazione

18/1/2013 – CorpomortoCORPOIMMORTALE

Qualcuno in scena pronuncia l‘espressione „corpo morto“. Sul tappeto davanti a me si lavora sulle diverse declinazioni della parola corpo e l‘immagine, monito comune al nostro destino remoto, del corpo morto, traghetta il lavoro verso un ampio paesaggio di memorie e pensieri. Sotto gli occhi ho il testo in greco dell‘Apocalisse. Corpo morto del testo? Mi chiedo. E intanto il mio corpo e‘ abitato dal sapore di quei suoni remoti nella storia delle civiltà come nella mia propria storia intellettuale, a cui tuttavia il desiderio non cessa di ricondurmi. Nel senso del desiderio che ci conduce continuamente a ripercorrerlo, questo corpo del testo, incarnato in questa lingua detta „morta“ e‘ tutt‘altro che passato, tutt‘altro che morto.

Questo sguardo gettato sul corpo immortale del testo mi riempie d‘emozione, che continua ad abitare le mie riflessioni mentre guardo il seguito del lavoro.

Le parole che hanno dialogato con i corpi in creazione

17/1/2013 – ANCORAGGI

Le parole che hanno dialogato con i corpi in scena

 

Considerazioni di poetica della visione

Porto con me l‘ossessione di DIVENTARE UN essere PANSTOMADERMICO un essere la cui superficie e‘ disseminata di luoghi di passaggio. Ogni punto della pelle, ricettore e trasmettitore da cui non cessa di sgorgare parola pensante e poetica in viaggio verso una nuova lingua.

DIVENTARE UN ESSERE PANSTOMADERMICO, che conduca la lingua oltre i suoi confini, sul luogo in cui dentro e fuori, interiore ed esteriore, remoto e a venire entrano in contatto e trapassano l‘uno nell‘altro

A questa ossessione decido di rimanere ancorata.

Questo percorso spero mi insegnerà, se questa ossessione abbia la dignità di una visione.

 

Llasciar delirare/deragliare il senso dai suoi contorni, in modo che il contenitore sonoro della parola vibri, entri in risonanza con altri universi con altre visioni, con altre persone, con altre lingue e con altri linguaggi

e sconfini in un territorio poetico ove i sensi fluiscono per non risolidificarsi in alcun significato, ma permanere fluire e attraversamento poetico.

 

Traghettare le parole oltre il confine del significato „attribuito“ in quella terra di confine dove si può riscrivere, sovrascrivere la storia dei suoi sensi possibili, lasciarla risuonare fra le lingue, fra i sensi, oltre le lingue, oltre i suoi sensi.

Lingua rinnovata, comune solo perche agita sul territorio comune della disposizione all‘ ascolto,

Lingua nuova fatta di parole che a loro volta si mettono in viaggio

CHE OGNI PAROLA SIA resa visionaria, TRAGHETTATA sull‘orlo del suo futuro, sull‘orlo del suo dire più di quello che sa dire.

 

Quest‘altra ossessione mi porto con me nel lavoro.

 

Cosa sarà questa  lingua, come riuscirà a far dialogare chi ora si ignora e si tace? Quale sarà il suo alfabeto?

Sarà parola, scritta parlata, o semplicemente pensata ed agita con un gesto? Con un passo di danza?

 

Con me porto la dismisura di questa ambizione.

 

E spero che i maestri della visione con cui in questo percorso entreremo in dialogo, Einstein, Giovanni,  Giordano Bruno, possano insegnarmi qualcosa, su come accollarsi questa dismisura senza cedere all‘arenarsi sgomento del passo.

 

„Il mondo segue un ritmo di visione, secondo la scansione di diastole e sistole del sensibile“

 

La visione come portatrice di improvvise accelerazioni e di insperate spirali, che riescono a rendere presenti nel qui e ora di un vissuto personale e collettivo un altrove assoluto. Discontinuità irreversibile. Ribaltamento copernicano

La plastica relazione fra tempo e spazio, che converge verso quei momenti di sovversione e capovolgimento.

Indagare la dinamica che lega questi parametri nella visione.

Quali leggi seguono spazio e tempo nell‘universo abitato dal visionario?

Come spazio e tempo si ridisegnano nella visione?

Come la visione apre lo spazio, apre il tempo, disloca la mia posizione, mi rende al contempo qui e altrove, mi rende  al contempo ora e in un altro tempo lontano da questo?

 

 

16/1/2013 – SUPERFICIE DI SCRITTURA

(Riflessioni sulla scrittura   in dialogo con i corpi in creazione durante la prima tappa di Alto Fragile)

Anche la scrittura si dispiega nello spazio.

Il modo in cui si dispone genera (o non genera) uno spazio di lettura.

La mia scrittura cerca il suo spazio. 

Nel suo espandersi e dispiegarsi in uno spazio ciò che la INforma e‘ un assioma, che ne definisce le coordinate cartesiane.

Non c‘e‘ scrittura possibile, senza rivolgersi nella direzione di un ascolto. Senza „adresse“ direbbero i francesi. Senza rivolgersi in una certa direzione come invito.

Le parole che hanno dialogato con i corpi in scena

 

In questi video scorre la scrittura in dialogo durante le giornate di lavoro in ESPOSIZIONE al PAN.

Scrittura in risonanza, nata dall‘ascolto,trascrizione poetica dell‘azione scenica, restituita in tempo reale, attraverso una proiezione della scrittura in continua composizione agli attori in creazione. Nel testo/tessuto così composto e invischiato nel dialogo collettivo fluisce anche una continua sovrascrizione di citazioni tratte dalle fonti, che mi sembrano echeggiare con quanto accade in me e in scena.

 

E se la mia parola rimanesse soltanto lettera?

E se il mio pensiero rimanesse pensiero?

E se al compimento di questo tempo nascesse un nuovo modo di ascoltare la parola „Corpo“? Di abitare la parola „tempo“? Di guardare la parola „vista“? Di stare sulla parola „spazio“?

 

Per essere all‘altezza del monito che ci ingiunge di traghettare la nostra pratica al di la‘ del perimetro dell‘arte, di proiettare il nostro fare FUORI, verso un altrove del TEMPO, bisogna prendere coscienza della propria posizione. Definirne le coordinate. Tracciare la mappa che ci situi nel tempo e nello spazio, per poi scagliarCI ALTROVE.

Abbracciare il corso degli eventi che definiscono la nostra posizione con un solo sguardo.

Ripercorrere i passi che mi hanno condotta QUI

Disegnare il TRACCIATO che congiunge il FUI al SARO‘

E poi scagliarci al di la‘ del qui, al di la‘ del fui e del saro‘, al di la‘ del tracciato.

 

 

16/1/2013 – PUNTI D’INIZIO. ZONE DI RISONANZA

(A posteriori cerco di  raccontare quel luogo d’incontro dove l’inizio sorge)

Talvolta l‘inizio va ricercato a ritroso.

L‘inizio non inizia. L‘inizio dimentica quanto lo precede. Dimentica l‘attesa per restituirci il sobbalzo della sorpresa, riconosce al buio. Devia con decisione il corso degli eventi, senza tuttavia riuscire a cancellarne il solco.

Partorisce simultaneamente nel remoto e nel futuro del tempo, convogliando ciò che lo ha preceduto verso la sua destinazione.

Così, a maggior ragione per noi artigiani d‘arte.

Talvolta ci sembra che l‘inizio consista nel porre nello spazio della nostra creazione un pluralità  di reagenti (testi poetici e filosofici, immagini, discorsi, sequenze cinematografiche, visioni artistiche altrui, teorie sociali, letture storiche e storiografiche…) con cui „entrare in reazione“.

La creazione inizia dove l‘incontro risveglia un prima risposta corporea.

E tuttavia c‘e‘ un prima.

Ci sono gli antecedenti, che si situano lungo il corso della propria storia, le risonanze che continuano ad abitarci l‘orecchio e ad influenzare ogni nuova eco che accogliamo, tutto ciò  che ci ha condotti fin qui, al punto di inizio, che in definitiva non e‘ mai un inizio.

In definitiva anche la nascita non e‘ che il proseguire di qualcuno in qualcun altro

così come il nostro iniziare, consiste nel situarci in un luogo d‘ascolto.

Mi chiedo se non e‘ sempre così, se non si tratta per iniziare che di mettersi in ascolto di forme nuove in grado di incunearsi fra le nostre ossessioni per rinnovarle e talvolta rovesciarle come un guanto?

Mi chiedo se non e‘ così per ogni identità, che si origina dalla relazione con ciò che le e estraneo.

Nel mio caso, comunque, per raccontare dove l‘urgenza di oggi, dove le circostanze di creazione attuale iniziano a destarsi,

per sporgersi verso una creazione nuova,

non si può‘ prescindere dal raccontare gli antecedenti, le ossessioni ricorrenti, le direzioni CARTESIANE, inoppugnabili e per questo da rimettere ogni giorno in discussione del mio ricercare, fra la pagina e la scena.

 

Guardare in questa direzione, voltarsi nuovamente indietro, mentre si cammina verso qualcosa di nuovo.

Per cercare di comprendere il VERSO di questo cammino.

Correre il rischio di cadere a fondo nelle profondità del passato, perdendo di vista l‘orizzonte che abbiamo davanti.

Con il comandamento di scrollarsi ad un certo punto ogni istante fino a quello attuale di dosso, per evitare che il ricordo ci faccia arenare.

Eppure talvolta solo nel ricordo si manifesta abbagliante la rivelazione del vissuto. Talvolta solo nel ripercorrendo la sequenza degli eventi diveniamo capaci di leggere la necessità della direzione.

 

„Ciò che ho dimenticato /scrive Ingeborg Bachmann/ come un bagliore mi ha toccato“

ALCUNI ANTECEDENTI 

Ciò che mi ha mosso verso il punto sul quale oggi inizio é

la ricerca di una parola scenica prima del teatro, per la ridefinizione di una necessità letteraria della parola

 

In questa ricerca mi stimola ancora oggi la domanda circa la relazione fra questa „scena“ di cui parlo e il „teatro“.

 

Anche perché con il passare degli anni, l‘accumularsi delle esperienze, mi sono resa conto che rimossa l‘intimità  privata della stanza, guadagnata la scena, diventava necessario ritrovare un‘altra forma di intimità, uscire dalla dimensione della „teatralità“ che obbliga il pubblico a subire l‘andamento, il ritmo, il tempo, la successione, preimpostate dagli artisti (in molti casi dal solo regista), per affacciarci su uno spazio di parola „condiviso“, ma in cui divenga possibile a ciascuno (artisti e pubblico) determinare il ritmo, il tempo, del proprio incontro intimo con l‘opera, del proprio percorso singolare al suo interno.

 

I punti cardinali della mia ricerca si sono andati formando, determinati dall‘intenzione di veder nascere questo luogo, condiviso eppure intimo, dove divenisse possibile fare con le parole qualcosa di nuovo. Di veramente nuovo? O di radicalmente antico, che restituisse alle sue origini il senso della parola „dialogo“?

Evidentemente, l‘uno e l‘altro.

 

 

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