APOCALISSE EBRAICA – LIBRO DELLA RIVELAZIONE DI BARUC

[…]

Ti ho tracciata sul palmo delle mani.

[…]

Gli anni di ora sono pochi e cattivi, e chi potrà in questo breve tempo ereditare quel che non ha misura? Presso l’Altissimo non conta un tempo lungo e neppure pochi anni. Colui che ha dato la luce ha preso dalla luce, ma pochi sono coloro che gli sono stati simili. Ecco, ho posto davanti a voi la vita e la morte, e hanno testimoniato contro di voi il cielo e la terra. Sapeva infatti che il suo tempo era breve, ma il cielo e la terra sono in ogni tempo.

[…]

Sempre cambia la natura degli uomini. O non è infatti vero che ora siamo come eravamo prima e che poi non resteremo come siamo ora? Di fatto, se non vi fosse un compimento per tutto, invano sarebbe stato il nostro inizio.

S. GIOVANNI DELLA CROCE – Ascesa a Monte Carmelo

{…}

Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.

Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.

Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.

Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.

Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.

Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.

Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.

Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.

(…)

S. Giovanni della Croce

T.S. ELIOT – East Coker (Four Quartets)

{…}

In order to arrive there,
to arrive where you are, to get from where you are not,
you must go by a way wherein there is no ecstasy.
In order to arrive at what you do not know
you must go by the way which is the way of ignorance.
In order to possess what you do not possess
you must go by the way of dispossession.
In order to arrive at what you are not
you must go through the way in which you are not.
And what you do not know is the only thing you know
and what you own is what you do not own
and where you are is where you are not.

{…}

Per arrivare dove voi siete, per andare via da dove non siete,

dovete percorrere una strada dove non c’è estasi.

Per arrivare a ciò che non sapete

dovete andare per una strada che è la via dell’ignoranza.

Per possedere ciò che non possedete

dovete percorrere la via della spogliazione.

Per arrivare a ciò che non siete

dovete attraversare la via in cui non siete.

E ciò che non sapete è la sola cosa che sapete

e ciò che avete è ciò che non avete

e dove siete è là dove non siete.

T.S. Eliot

 

 

 

LE GOUFFRE – Charles Baudelaire

Le gouffre

Pascal avait son gouffre, avec lui se mouvant.

– Hélas ! tout est abîme, – action, désir, rêve,

Parole ! et sur mon poil qui tout droit se relève

Maintes fois de la Peur je sens passer le vent.


En haut, en bas, partout, la profondeur, la grève,

Le silence, l’espace affreux et captivant…

Sur le fond de mes nuits Dieu de son doigt savant

Dessine un cauchemar multiforme et sans trêve.


J’ai peur du sommeil comme on a peur d’un grand trou,

Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où ;

Je ne vois qu’infini par toutes les fenêtres,


Et mon esprit, toujours du vertige hanté,

Jalouse du néant l’insensibilité.

Ah ! ne jamais sortir des Nombres et des Etres !

Charles Baudelaire

Baratro

Il suo baratro aveva Pascal, che lo accompagnava.

Con lui ovunque abisso, –  in ogni azione, desiderio, sogno

Parola! E sul mio pelo

Più volte sento passare il vento, che mi raggela.


In alto, in basso, ovunque, profondità e peso.

Sul fondo delle mie notti Dio con il suo dito,

sapiente disegna un incubo multiforme e senza tregua.


Ho paura del sonno come ho paura di quel buco, buio, sconfinato,

colmo di  un orrore vago e senza oggetto, che non so dove conduca

DA OGNUNA DELLE MIE FINESTRE, NON VEDO CHE INFINITO,

E il mio spirito, dalla vertigine di continuo ossessionato,

guarda con invidia al nullo niente anestetico dell‘insensibilità.

Potessi mai mai trapassare il novero del Numero e degli enti


Libera Traduzione dal francese di Loretta Mesiti

DE LA CAUSA, PRINCIPIO E UNO – Giordano Bruno

[…]

O monte, sebbene la terra ti stringa tenendoti per le profonde radici su cui poggi, tu non pertanto sai erigerti col vertice sino al cielo

[…]

Ecco vi veggio qual saldo, fermo e costante scoglio, che, risorgendo e mostrando il capo fuor di gonfio mare, né per irato cielo, né per orror d’inverno, né per violente scosse di tunide onde, né per stridenti aerie procelle, né per violento soffio d’Aquiloni, punto si scaglia, si muove o si scuote; ma tanto più si rinverdisce e di simil sustanza s’incota e si rinveste.

[…]

Perchè dunque le cose si cangiano? La materia si forza ad altre forme? Vi rispondo che non è mutazione che cerca altro essere, ma altro modo di essere. E questa è la differenza tra l’universo e le cose de l’universo: perchè quello comprende tutto lo essere e tutto modi di essere; di queste ciascuna ha tutto l’essere e tutti i modi di essere.

[…]

Principio caelum ac terras camposque liquentes,
Lucentemque globum lunae Titaniaque astra
Spiritus intus alit, totamque infusa per artus,
Mens agitat molem et toto se corpore miscet”

(E il cielo e la terra e la distesa del mare e il luminoso globo della luna e l’astro solare muove e avviva dall’interno lo spirito, e infusa in tutte le parti del mondo la mente agita l’universa mole, commista profondamente alla sostanza del cosmo)

 

[…]

Che è quel che esiste? Quel medesimo che già fu. E che è quel che fu? Quel medesimo che ora esiste. Niente è nuovo sotto il sole.

 

[…]

Non vedete voi che quello che era seme si fa erba, e da quello che era erba si fa spica, da che era spica si fa pane, da pane chilo, da chilo sangue, da questo seme, da questo embrione, da questo uomo, da questo cadavero, da questo terra, da questa pietra o altra cosa, e cossi’ oltre, per venire a tutte forma naturali?

Bisogna dunque che sia medesma cosa che da sé non è pietra, non terra, non cadavero, non uomo, non embrione, non sangue o altro; ma che, dopo che era sangue, si fa embrione, ricevendo l’essere embrione; dopo che era embrione, riceva l’essere uomo, facendosi omo: come quella formata dalla natura, che è soggetto de la arte, da quel che era arbore, è tavola e riceve l’esser tavola; da quel che era tavola,riceve l’esser porta ed è porta.

 

[…]

Ideo habet nullas, ut omnes habeat” (Non ne ha nessuna, per averle tutte)
Perchè volete più tosto che le includa tutte, che le escluda tutte?
Perchè non viene ad ricevere le dimensioni come di fuora, ma a mandarle e cacciarle come dal seno.

 

[…]

E’ dunque l’universo uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l’atto, una la forma e anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo; il quale non deve posser essere compreso; e però infinibile ed interminabile, e per tanto infinito ed interminato, e per conseguenza inmobile. Questo non si muove localmente, perchè non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia tutto. Non si genera; perchè non è altro essere che lui possa desiderare o aspettare, atteso che abbia tutto lo essere. Non si corrompe; perchè non è altra cosa in cui si cange, atteso che è infinito…Non è alterabile in altra disposizione, perchè non ha esterno da cui patisca e per cui venga in qualche affezione… Non è materia, perchè non è figurato né figurabile, non è terminato né terminabile. Non è forma, perchè non informa né figura altro, atteso che è tutto, è massimo, è uno, è universo. Non è misurabile né misura. Non si comprende, perchè non è maggiore di sé. Non si è compreso, perchè non è minor di sé. Non si agguaglia, perchè non è altro ed altro, ma uno e medesimo…E’ talmente forma che non è forma; è talmente materia che non è materia; è talmente anima che non è anima: perchè è il tutto indifferentemente, e però è uno, l’universo è uno. In questo certamente non è maggiore l’altezza che la lunghezza e profondità, onde per certa similitudine si chiama, ma non è, sfera. Nella sfera medesima cosa è lunghezza che larghezza e profondo, perchè hanno medesimo termino; ma ne l’universo medesima cosa è larghezza, lunghezza e profondo, perchè medesimamente non hanno termine e sono infinite…Se non vi è misura, non vi è parte proporzionale, né assolutamente parte che differisca dal tutto. Perchè se vuoi dirla parte de l’infinito, bisogna dirla infinito…Ne l’infinita durazione non differisce la ora dal giorno, il giorno da l’anno, l’anno dal secolo, il secolo dal momento; perchè non sono più gli momenti e le ore che gli secoli, e non hanno minor proporzione quelli che questi a la eternità…Dunque infinite ore non son più che infiniti secoli…E’ tutto quello che può essere…E’ necessario dunque che il punto ne l’infinito non differisca dal corpo, perchè il punto, scorrendo da l’esser punto, si fa linea; scorrendo da l’esser linea, si fa superficie; scorrendo da l’esser superficie, si fa corpo: il punto dunque, perchè è in potenza ad esser corpo, non differisce da l’esser corpo, dove la potenza e l’atto è una medesima cosa. Dunque, l’individuo non è differente dal dividuo, il simplicissimo da l’infinito, il centro da la circonferenza…Se il punto non differisce dal corpo, il centro dalla circonferenza, il finito da l’infinito, il massimo dal minimo, sicuramente possiamo affirmare che l’universo è tutto centro o che il centro de l’universo è per tutto…Ecco come non è impossibile, ma necessario, che l’ottimo, massimo, incomprensibile è tutto, è per tutto, è in tutto, perchè, come semplice ed indivisibile, può esser tutto, esser per tutto, essere in tutto.

DE L’INFINITO, UNIVERSO E MONDI – Giordano Bruno

[…]

Quindi l’ali sicure a l’aria porgo, né temo intoppo di cristall’o vetro; ma fendo i cieli e a l’infinito m’ergo.

[…]

Se io contrattasse l’aratro, pascesse un gregge, coltivasse un orto, rassettasse un vestimento: nessuno mi guardarebbe, pochi m’osservarebono, da rari serei ripreso, e facilmente potrei piacere a tutti. Ma per essere delineatore del campo de la natura, sollecito circa la pastura de l’alma, vago de la coltura de l’ingegno, e dedalo circa gli abiti de l’intelletto: ecco che chi adocchiato me minaccia, chi osservato m’assale, chi giunto mi morde, chi compreso mi vora; non è uno, non son pochi, son molti, son quasi tutti. Se volete intendere onde sia questo, vi dico che la caggione è l’universitade che mi dispiace, il volgo ch’odio, la moltitudine che non mi contenta, una che m’innamora. Quella per cui son libero in suggezzione, contento in pena, ricco ne la necessitade, e vivo ne la morte; quella per cui non invidio a quei che son servi nella libertà, han pena nei piaceri, son poveri ne le ricchezze e morti ne la vita: perchè nel corpo han la catena che le stringe, nel spirto l’inferno che le deprime, ne l’alma l’errore che le ammala, ne la mente il letargo che le uccide; non essendo magnanimità che le delibere, non longanimità che le inalze, non splendor che le illustre, non scienza che le avvive. Indi accade che non ritrao come lasso il piede da l’arduo camino, né come desidioso dismetto le braccia da l’opra che si presenta; né qual disperato volgo le spalli al nemico che mi contrasta, nè come abbagliato diverto gli occhi dal divino oggetto.

 

[…]

Dico che il sole non luce al sole, la terra non luce alla terra, nessun corpo luce in sé, ma ogni luminoso luce nel spacio circa lui. Però, quantumque la terra sia un corpo luminoso per gli raggi del sole nella superficie cristallina, il suo lume non è sensibile a noi, né a color che si trovano in tal superficie: ma a quei che sono a l’opposito di quella. Come oltre, dato che tutta la superficie del mare la notte sia illustrata dal splendor de la luna, a quelli però che vanno per il mare non appare se non in quanto a certo spacio che è a l’opposito verso la luna; a i quali se fusse dato di alzarsi più e più verso l’aria sopra il mare, sempre più e più gli verrebbe a crescere la dimension del lume, e vedere più spacio di luminoso campo.

 

 

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