CORPUS – Nancy

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Per tutta la sua vita il corpo è anche un corpo morto, il corpo di un morto, di questo morto che io sono da vivo. Morto o vivo, né morto né vivo, sono l’apertura, la tomba o la bocca, l’una nell’altra.

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Ha questo naso, questo colore della pelle, questo neo, questa altezza, questo incavo, questa stretta. Pesa questo peso. Ha questo odore. Perchè questo corpo è cosi’ e non altrimenti?

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Ogni corpo, ogni massa presa da un corpo è immensa, cioè smisurata, infinita da percorrere, da toccare, da soppesare, da guardare, da far posare, da diffondere, da infondere, da far pesare, da sorreggere, cui resistere, da sostenere come peso e come sguardo, come lo sguardo di un peso.

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Perchè c’è questo, la vista, e non invece qualcosa che confonde il vedere e l’udire? Ma di una tale mescolanza ha senso parlare? E in che senso? Perchè c’è questa vista che non vede gli infrarossi? Perchè questo udito che non sente gli ultrasuoni? Perchè all’interno di ogni senso ci sono delle soglie, e tra i vari sensi un muro? I sensi non sono forse degli universi separati? La dislocazione di ogni universo possibile? Che cos’è il divario fra i sensi? E perchè 5 dita? Perchè questo neo? Perchè questa piega all’angolo della bossa? Perchè questa ruga, proprio là? Perchè quest’aria, quest’andatura, questa misura, questa dismisura? Perchè questo corpo, perchè questo mondo, perchè assolutamente ed esclusivamente lui?

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Hoc est enim: questo mondo qui, che qui giace, con la sua clorofilla, la sua galassia solare, con le rocce metamorfiche, i protoni, la doppia ellissi desossiribonucleica, il numero di Avogadro, la deriva dei continenti, i dinosauri, lo strato di ozono, le striature delle zebre, la bestia umana, il naso di Cleopatra, il numero dei petali della margherita, lo spettro dei colori dell’arcobaleno, la maniera di Rubens, la pelle del pitone, questo filo d’erba e questa vacca che lo bruca, e la sfumatura dell’iride nell’occhio di chi legge questa parola, qui e ora? E perchè non anche dei sensi che non si nominano, che non si sentono, o che non si sentono come sensi, un senso della durata, del tempo che passa? E addirittura un senso dello spaziamento dei sensi? E un senso dell’estensione pura? O dell’esistenza?

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Negli occhi si trova il fuoco; nella lingua che forma la parola l’aria; nelle mani che possiedono il tatto, la terra; e l’acqua nelle parti genitali. (Bernardo di Chiaravalle)

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Corpus del tatto: sfiorare, rasentare, premere, conficcare, serrare, lisciare, grattare, strofinare, accarezzare, palpare, tastare, plasmare, massaggiare, abbracciare, stringere, battere, pizzicare, mordere, succhiare, bagnare, tenere, lasciare, leccare, scuotere, guardare, ascoltare, annusare, gustare, scansare, baciare, cullare, bilanciare, portare, pesare…tutto alla fine comunica col pesare. Il nostro mondo è l’erede del mondo della gravità: tutti i corpi pesano gli uni sugli altri e gli uni contro gli altri, i corpi celesti e i corpi callosi, i corpi vitrei e i corpuscoli.
Corpus del peso di una materia, della sua massa, della sua polpa, della sua granulosità, della sua apertura, della sua mole, della sua molecola, della sua moltitudine, del suo turbamento, del suo turgore, della sua fibra, del suo succo, della sua invaginazione, del suo volume, della sua punta, della sua caduta, della sua carne, della sua concrezione, della sua pasta, della sua cristallinità, della sua contrazione, del suo spasmo, del suo fumo, del suo nodo, del suo sciogliersi, del suo tessuto, della sua dimora, del suo disordine, della sua ferita, del suo dolore, della sua promiscuità, del suo odore, del suo gusto, del suo timbro, del suo alto e basso, destra e sinistra, della sua acidità, del suo affannare, del suo equilibrio, della sua dissociazione, della sua risoluzione, della sua ragione.

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Non abbiamo un corpo ma siamo un corpo.

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