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il silenzio alle murene – 26/02/2013

La stasi e il movimento.
L’istante invisibile all’occhio.
L’orologio della stella marina
e freme il gattuccio.
Il ciclo. I cicli. Sistole e Diastole.
Peristalsi che fa entrare e poi ci espelle.

No sospensione. No. Ritmo.

Poi il silenzio è alle murene.

un salto – 1 Marzo 2013

Cosa succede in questa nostra convinzione di aver superato l’uomo?
Di togliere il passo dalla traccia che abbiao scavato,
rivolgendo l’occhio verso il salto dell’ape,
il crescere stoico dell’albero,
lo squarcio di tempo sospeso nel cielo.

Quando si chiuderanno gli occhi sulla propulsione che propaga,
che tra i neuroi assimila, compone, addiziona, produce?

Cosa cerchiamo nell’azzerare la potenza del nostro atto,
del nostro fatto di esistere essere umano?

Chi chiama l’eredità che lasciamo?
la scia di bava che apriva veramente universi e mondi e
fiere e bestie e tra loro
noi bagnati e moltiplicati.

C’è qualcuno, qualcosa, qualche dove che
saprà recuperare? la stella che abbiamo,
guardarla in faccia, scoprirla ancora
irrisolta, inscoperta attuttita
bambina.

Che sappia scorrere questo nuovo occhio sè dentro!
lungo le strade di flash e sinapsi,
le convergenze e le magnificenze di uomo che siamo, fuori
da noi, fuori da ciò che diventiamo sprecato
in affanno di ritornarsi indietro
a tempo di poche parole, poche domande, poche paure.

Che si diverta quest’occhio!
con l’uomo che potrà continuare
con chi potrà unire il pugno di terra con l’aere.
Con chi non si cancella lo sguardo
col brutto, col rotto, col morto.

Che si digerisca quest’uomo
che si proietti
che sia nell’infinito, sangue
che si scopra a nostra distanza
che continua
suo malgrado
continua…

Un Corpo Morto – 26/02/2013

Un corpo morto possiede tutti i contenuti e le azioni che ha esperito nel corso di tutta la sua esistenza e funzionalità e allo stesso tempo si trova proiettato verso una modificazione della sua materia che è nascosta, postuma al mio sguardo.
Il mio sguardo non sa immaginare veramente la trasformazione di materia che subirà questo corpo.
Un corpo morto si trova in punto di atterraggio che coincide con il suo punto di slancio.
Guardo questo corpo cercando di coglierne tutta la sua interezza. Il corpo è dritto davanti a me, dispiegato in orizzontale incorniciato da autombili dalla vita intermittente e da alberi che continuamente danno vita. La spazzatura si mostra ed è mostrata in un involucro che cerca di dissimularne il contenuto. E’ esposta nel suo essere gettata e sovrapposta disordinatamente. Nella caduta essa però si dispone per contatto. Per affinità di forme, e rimbalzi. La spazzatura si impone alla vista, macchiando il panorama e sostando. Racconta sempre di una crescita anche quando i cassonetti vengono svuotati. La spazzatura permane nelle mappe mentali della città. Si impone con il suo essere transitoria, nella percezione e nella visibilità degli spazi, perchè sempre, incessantemente, continua a venire e poi essere partita.

La muta giornaliera di tutti i cittadini. Accatastati poi, peraffinità di forme, per contatto.

L’OCCHIO E LO SPIRITO – Merleau Ponty

[…]

Tutto ciò che vedo è per principio alla mia portata, per lo meno alla portata del mio sguardo, segnato sulla mappa dell’Io posso.

[…]

Questo equivalente interno, questa formula carnale della loro presenza che le cose suscitano in me, perchè non potrebbero suscitare a loro volta il tracciato visibile in cui ogni altro sguardo ritroverebbe i motivi che sostengono la sua ispezione del mondo?

[…]

Le sue azioni più proprie – quei gesti, quei segni di cui lui solo è capace, e che saranno rivelazioni per gli altri, che non hanno le sue medesime mancanze – gli sembreranno emanare dalle cose stesse, come il disegno delle costellazioni.

[…]

Dobbiamo prendere alla lettera quello che ci insegna la visione: che per suo mezzo tocchiamo il sole, le stelle, che siamo contemporaeamente ovunque, accanto alle cose lontane come a quelle vicine, e che perfino la nostra facoltà di immaginarci altrove, di mirare liberamente a esseri reali ovunque essi si trovino, attinge anch’essa alla visione, riutilizza mezzi che ci vengono da essa.

 

 

 

SIGNATURA RERUM – Giorgio Agamben Bollati Boringhieri

[…]

La relazione espressa dalla segnatura non è, cioè, una relazione casuale, ma qualcosa di pià complicato, che retroagisce sul segnatore e che si tratta, appunto, di capire.

2. Prima di passare all’analisi delle segnature impresse dall’Archeo sulle cose naturali, Paracelso ricorda che esiste una Kunsta Signata che costitusice per così dire il paradiga di ogni segnatura. Questa segnatura originaria è la lingua, attraverso la quale il “primo signator“, Adamo, ha imposto in ebraioco alle cose i loro “giusti nomi” (die rechten Nammen: Paracelso, III, 6, 356).

[…]

A ogni nome che usciva in ebraioco dalla bocca di Adamo, corrispondevano la natura e la virtù specifica dell’animale nominato:
E come dice:”questo è un porco, un cavallo, una vacca, un orso, un cane, una volpe, una pecora e simili”, il nome mostra il porco come un animale triste e sporco; il cavallo come un animale forte e appassionato; la vacca come un animale ingordo e insaziabile; l’orso un animale forte e invincibile; la volpe un animale perfido e astuto; il cane, un animale infedele alla sua specie; la pecora, un animale pio e utile, incapace di nuocere. (ibid.)

08/02/2013 La Noia dell’Assoluto

La Narrazione è esplosa.

Lascia dietro di sé brandelli di forma in cui precipita tutta la materia, verso un impasto primordiale in cui l’occhio d’uomo è incastonato nel pelodell’orso. La bocca della fiera si spalanca nella roccia. Le unghie si riempiono di terreno e la bestia avanza, arranca, ci parla di noi. Individua il punto esatto in cui ci troviamo circondati da saette di luci al neon, suono elettronici che dialogano e mirano dritto al baricentro dell’essere che retrocede dalla sua faticata altezza e torna a guardare la strada e l’orizzonte senza poter alzare lo sguardo verso l’universo che inesorabilmente si restringe. A ogni tramonto di luna. A ogni schiudersi di fiore. A ogni goccia che cade e si spande.

L’essere è piegato inchinato soffermato, stato. Cerca l’aggancio per trovare l’ingresso nel vortice che da corpuscoli lo ha generato.

Cadono i piani, le x e le y si rompono. Si scassano le righe, scolorano i pigmenti. Si squagliano le regole. C’è silenzio. Tace il mondo di adesso sopra tutti i suoni che ha lanciato e espettorato. Prepariamoci al gran finale!

Cavalcami ho una sella dura di storia. Sono staffa che sostiene ideali, sono briglia di coscienza ed ho visto la strada, riconosco le mura, so saltare gli ostacoli, so incastrare gli spazi, pulire le ferite, rimarginare gli orli.

Sono il ricordo di un uomo. Sono un io di umanità che avanza, che schianta.

28/1/2013 – L’INGRESSO E L’USCITA

It is possible that to seem – it is to be
As the sun is something seeming and it is.
The sun is an example. What it seems
it is and in such seeming all things are.
Wallace Stevens

credevo di aver capito tutto e poi un ragazzo mi ha fatto questo (il gesto della V) –
non esistono reali problemi filosofici
da Wittgenstein , Derek Jarman

p.s non credo che esista pseudo poesia. Non credo nella parola ultimo e non credo nella parola primo, neanche se si tratta di Rimbaud. POIESIS produzione, POIEIN fare, creare.

 

la presenza è nell’ esperienza Ponty
essere presente al quadro che si sta creando, facendo l’esperienza del tempo e dello spazio dell’immagine.

Albert, Giordano, Giorgio, Giovanni, Josè, Arthur a volte mi sembra che con codici diversi dicano tutti la stessa cosa. Una ricerca incessante di paradigmi per esprimere/giustificare/teorizzare l’uguaglianza tra gli uomini e di essi con la natura che li circonda.

egli non sa di essere un piccolo mondo e non conosce la stella che è in lui, poiché tutto il firmamento è dentro di lui con tutte le sue forze. Agamben

Come si manifesta nel visibile?

25/1/2013 – DIETRO L’IMMAGINE

Rifletto sull’immagine, sulla sua forma formale, sul suo manifestarsi quando liberata da relazioni e ancoraggi. Oltre un determinato tempo, oltre un determinato spazio.

Credo in una forma liberata da un oggettività che si perpetui nel primo sguardo che l’ha realizzata. Un’immagine viva, che muti nel tempo. Che accolga lo sguardo e poi lo porti altrove senza preventivamente dare direzioni e parametri.

Lo sguardo dello spettatore due passi indietro all’immagine, nel mezzo il performer che continuamente raggiunge e perde l’immagine.

Muoversi lungo una tensione, non verso un punto di arrivo, che se visibile, renderebbe vano il percorso. Il sole che vedeva Empedocle è lo stesso che vediamo noi, ma abbiamo fatto un viaggio.

Trovare una risposta, esaurire quindi le mancanze? Forse il mancato ci abbandona solo nel nostro corpo morto.

L’oggetto è me e quindi mi è anche soggetto, a cui non posso negarmi e a cui non devo negarmi, per onestà nei confronti dello spettatore, che riconosce tratti nel corpo di un corpo suo fratello. Il mio corpo però è in tensione. Solo essendo a me posso far uscire una forma da me. Altrimenti si proietterebbe un oggetto generico, colloquiale appunto nel suo appartenere ad una stereotipia di essere semplicemente sociale.

 

Le mancanze come matrici di immagine.

Ovvero una mancanza percepita in che modo può uscire fuori e divenire segno e quindi ponte tra il vuoto che la delinea e l’immagine piena che esprime.

La creazione di un non c’è. Ed il riempimento di tale non c’è con il percorso (verso la visione) che questa mancanza genera. Il mancato muove quindi.

Considerare l’immagine della proiezione di tale mancanza.

 

Come si trasforma il vuoto in pieno?

20/1/2013 – VEDERE PER CREDERE

Riconoscersi.

Spaziarsi.

Rincorrersi.

Sostarsi.

Impugnarsi.

Specchiarsi.

Inseguirsi.

Rivoltarsi.

E poi fermare il tempo e lasciare che lo spazio decanti dei sapori che ha accumulato.

Cercare una nuova vista. Un nuovo tatto. Un nuovo orecchio. Ricordare la lingua. E provare ad avvicinare l’olfatto. Comporre un uomo, insomma, che sia elastico, arcaico e cibernetico. Lasciarlo andare, con lo sguardo nel mondo. Sintetizzare.

Continuo e discreto. Dunque inscindibile da dove provengo, dalla mano che mi ha accolto. Dal passato. Che è … da ora!

Dove muovo da qui?

Quali parole?

Quali tratti salienti?

Quale visione permane?

19/1/2013 – INTERSTIZI DI INESISTENZA

Vivo in quella solitudine che è dolorosa in gioventù, ma deliziosa negli anni della maturità.

La vecchiaia forse è nell’aver appreso.

Il tempo sacro dell’apprendimento

Lo spazio in cui si è certi di esistere,in cui si può guardare indietro e allo stesso tempo constatarsi nel presente.

L’arte non può chiedere di essere vista.

Oggi per me deve esistere come il fossile. Non può essere soggetta al soggetto.

La dura lotta tra il piede, la schiena, la testa e quell’io che divampa, e quel tu che incendiandoti guardi e formuli pensiero.

Una vista piana, che ogni tanto si dimentica della circonferenza della terra, perché almeno una volta vorrebbe tentare il brivido di cadere dai confini di una terra piatta.

La voce percorre chilometri al secondo che fiancheggiano la luce che sbatte sull’occhio e si abbatte sull’orecchio. Il tuo suono. Il mio suono. Il suono del suono.

In alcuni momenti chiedo che l’epica resti appannaggio degli Dei che fomentano la rovina degli uomini perché questi possano essere cantati.  Il rombo del tuono. La ferocia di Zeus. Lo sguardo sospetto di Giunone. Una ninfa che corre.

Domandarsi e cercare di non rispondersi. Cambiare solo domanda.

Qual è la mia domanda ora?

L’ancoraggio?

L’invischio?

18/1/2013 – INAPPARENZA ESSENZIALE

Tra i vasi comunicanti, qualcuno si è rotto.

La voce è esplosa dal corpo che si è reso oggetto nell’agire.

L’occhio della voce ha ripercorso il tragitto a ritroso di uomo che muove in una direzione. Il quotidiano e la poesia si incontrano nel punto più alto dell’inesistenza dell’Io. Sono storia ed epica, quando cancellano l’uomo che le canta. Le parole come pietra che edificano uno spazio, che lo mutano, che lo permeano e lo lasciano vuoto ad altri.

Non credo nella finitezza del tempo e dello spazio. Riconosco le regole ma credo nella loro assoluta contingenza. Non hanno anima propria ma portano il nome di chi le formula. Teorema di…Regola di… Diagramma di… corrispondono alla visione.

Il mio passo può coprire metri e kilometri restando fermo, la mia presenza può svanire nella concretezza della carne che la costringe ad essere oggetto. Ho percorso tutta la mia vita sul tappeto, ho cercato di far precipitare in un passo, in una punta di piedi, tutto quello che era, che è e che sarà.

Esistono spazi non visibili, non si possono mai chiudere gli occhiali dell’altro. In bilico tra le immagini proprie e quelle degli altri. Nessuna può avere la meglio. Il soggetto cesso quando comincia l’oggetto.

Si danno nomi alle cose per poterle dire. Si tacciono le spinte che potrebbero collidere. Ognuno è nella misura in cui agisce e fallisce. Non muovendo non è. Restando salvo non è. In silenzio non è.

A volte basta guardare. A volte bisogna sentirsi liberi di guardare. Guardare per dire in un tempo che non deve essere necessariamente questo.

Conosciamo le cose solo precipitandoci sopra o qualcosa del genere, senza lo spazio della caduta allora è silenzio e nulla.

Non posso credere alla parola fine. Alla parola inizio. Alla parola ultimo, infinito, primo.

Nascerò a Maggio.

Sono morta un giorno.

Scrivi ciò che hai visto, le cose che sono e le cose che accadranno.

Puoi vedere il freddo?

Sentire il grigio?

Ascoltare la tessitura del mio sguardo?

Esistono uomini privi degli occhi della mente?

Chi li ha evirati, dunque?

17/1/2013 – SISTEMADIRIFERIMENTO

Esistono visioni verso l’alto

Visioni che vanno dritte e non si accorgono

Visioni che non nascono

Visioni autoriflesse

Visioni inafferrate

Visioni perse

Visioni confuse

Visioni cancellate

Visioni guardate e attese

Visioni monolitiche

Visioni stitiche

Visioni arrabbiate

Visioni sature

Visioni senza ancora

Visioni ostinate

Visioni già viste

Visioni fugaci

Visioni permeate

Visioni cambiate

Visioni accidentali

Visioni quotidiane

Visioni azzardate

Visioni in caduta libera

Visioni sull’orlo

Visioni in volo

Visioni dall’alto e

dal basso guardate

Visioni cattive

Visioni giudicate

Visioni ferme

Visioni arretrate

Visioni opposte

Visioni aperte

Visioni taciute

Visioni di visioni

Visioni umane

e uomini e donne a cui piovono visioni che non sanno cogliere.

Venite qua su!

 

Guardare – rivolgere lo sguardo per vedere

esaminare osservare attentamente

custodire, difendere

fare la guardia

badare fare attenzione

procurare, fare in modo di

riferito a luoghi, edifici, stanze, finestre e simili, essere rivolto verso una data direzione

Guardarsi – osservare il proprio corpo

 

Traiettoria – linea continua descritta nello spazio da un corpo in moto

Direzione – senso in cui persone e cose si muovono, punto verso il quale si dirigono

– carattere comune d’un insieme di rette parallele.

 

Qual è la direzione della mia voce?

Quante direzioni ha?

Posso affidarmi alla sua direzione?

 

il tempo avviene quando lo si nomina.

vincolati dalla nostra stessa parola

tra me e te che ci guardiamo però scorre un tempo

non possiamo eluderlo

il mio battito ha un ritmo

e anche il tuo

l’unico nostro tempo?

Hic et nunc

ma dove e quando?

Esistono visioni verso l’alto

Visioni che vanno dritte e non si accorgono

Visioni che non nascono

Visioni autoriflesse

Visioni inafferrate

Visioni perse

Visioni confuse

Visioni cancellate

Visioni guardate e attese

Visioni monolitiche

Visioni stitiche

Visioni arrabbiate

Visioni sature

Visioni senza ancora

Visioni ostinate

Visioni già viste

Visioni fugaci

Visioni permeate

Visioni cambiate

Visioni accidentali

Visioni quotidiane

Visioni azzardate

Visioni in caduta libera

Visioni sull’orlo

Visioni in volo

Visioni dall’alto e

dal basso guardate

Visioni cattive

Visioni giudicate

Visioni ferme

Visioni arretrate

Visioni opposte

Visioni aperte

Visioni taciute

Visioni di visioni

Visioni umane

e uomini e donne a cui piovono visioni che non sanno cogliere.

Venite qua su!

Guardare – rivolgere lo sguardo per vedere

esaminare osservare attentamente

custodire, difendere

fare la guardia

badare fare attenzione

procurare, fare in modo di

riferito a luoghi, edifici, stanze, finestre e simili, essere rivolto verso una data direzione

Guardarsi – osservare il proprio corpo

Traiettoria – linea continua descritta nello spazio da un corpo in moto

Direzione – senso in cui persone e cose si muovono, punto verso il quale si dirigono

                – carattere comune d’un insieme di rette parallele.

Qual è la direzione della mia voce?

Quante direzioni ha?

Posso affidarmi alla sua direzione?

il tempo avviene quando lo si nomina.

vincolati dalla nostra stessa parola

tra me e te che ci guardiamo però scorre un tempo

non possiamo eluderlo

il mio battito ha un ritmo

e anche il tuo

l’unico nostro tempo?

Hic et nunc

ma dove e quando?

16/1/2013 – Throughthelookingglass

Il nutrimento dall’azione/presenza dei compagni.
In due si vola e si precipita. L’inizio è la fine. Siamo l’alfa e l’omega.
Squilibrio = vuoto che mi attraversa.
L’io non cambia con la forma.
L’io non è mai psicologico è la stanga e il punti della mia forma esplosa.

. / tutto qui?

alfa e omegaLa presenza non è in relazione all’espansione.
Sentivo che le mie ossa potevano sgretolarsi improvvisamente come una pietra di sabbia e allora avrei conosciuto il tempo. Da qui sarei arrivata all’atomo.
Volgendo la sguardo altrove, l’io non cambia, cambia solo il tu.
L’io è un punto. Perchè non precipita. Oppure precipita?
Lo spazio non si modifica al mio sguardo ma si trasforma nelle mie parole.
Di che materia è fatto lo spazio che non vedo ma a cui do un nome?
Quei cattivi ragazzi visionari.
Un uomo entra e dice FILOSOFIA PRATICA – echeggia di altri grandi pensieri. Il pensiero può avere forma dunque?

 

10/1/2013 – LA SCHIERA

Cammino, cado. Mi convinco dell’esistenza di sensi senza nome.

Avvicino la percezione che il corpo ha di se stesso alla proiezione che la mente fa quando traduce parole in immagini.

Cosa c’è nel mezzo?

Sento l’interstizio compresso di movimenti e particelle che mi compongono dei quali non potrò mai afferrare e comprendere la forma, ma anch’essi pur essendo dentro di me vengono proiettati nelle immagini che il senso della mia mente posiziona a circa cinque centimetri sopra la mia fronte.

Amen

che era che è che sarà
ma ognuno si muove nel suo tempo, ascolta il respiro che lo rende parte di un corpo unico che avanza, ma solo distinguendo se stesso dagli altri può fare parte di un qualcosa può riconoscere l’altro.

diverso tempo
diversa materia
diverso spazio

Le domande ci arrivano da lontano, dal filosofico teorico come ci hanno detto, ma piovono nella stanza solo quando raggiungono la concretezza di essere rapportate a noi, esseri che con soli cinque sensi riconosciuti ci sentiamo in dovere di chiederci della nostra funzione cosmica, del valore della nostra presenza.

E’ nel passaggio che vivo, e non so prefigurarmi il trapasso. Forse la sola visione e’ la traccia differita della mia traccia.

La metafora – una manifestazione pubblica dell’immagine che non possiamo esporre e condividere al di fuori dei cinque centimentri in cui è proiettata davanti ai nostri occhi.

L’immagine l’essenza stessa della mia vicinanza di essere umano all’infinito. Nel trapasso.

DURANTE ANALISI / A SEGUITO DI

PASSAGGIO
SOLCO
TRACCIA
SEGNO
SIGNIFICATO = SENSO NEL MOVIMENTO

OK!
e il FOSSILE????

la distanza tra ma ed esso è variabile, da estrema a estremamente prossima, ma la sua testimonianza non muta né con me né senza di me.
Ci consegna la rinuncia all’oggettività.

ETIM. SIMBOLO “elemento materiale, oggetto, figura animale, persona e simili, considerato rappresentativo di un’entità astratta” (per indicare il “credo”)

LAT – Symbolu(m)
GR- Symbolon
SYMBOLIKOS – da riconnettere a
SYMBALLEIN “mettere insieme, unire”
SYN+BALLEIN (or.indoeuropea) “mettere, gettare”

7/1/2013 – Le conquiste, Ciò che lascio, Di cosa ho bisogno

Dall’osservazione del mio corpo, sul mio corpo, caldo/freddo, comodo/scomodo, attivo/passivo rifletto sulla mia possibilità di vedere il mio corpo in un dato momento storico. Se il contesto che mi circonda determina come io vedo/ascolto/interpreto il mio corpo. Rifletto sulla possibilità che il mio corpo femminile nel  XXI secolo ha di creare immagini.  SIMBOLO-SEGNO-SIGNIFICATO

Dal mio corpo apro lo sguardo su quello dei miei compagni in azione e in movimento davanti a me. Interrogo la mia visione dell’altro nel contesto in cui agisce.

Comprendo che la domanda deve coincidere con l’esperienza – LE DOMANDE DEVO PORMELE IN SCENA – L’azione del guardare da esterna, mi escluderebbe dalla contingenza del momento dei corpi che agiscono.

S.Giovanni ha visto delle cose vivendole, poi le ha trascritte. Io osservo esperendo e trascrivo.

Ponendomi nell’azione di visione riesco a sostenere la mia presenza tra corpi che agiscono in creazione.

La visione viene rafforzata dal senso dell’udito che come gli occhi si volge verso gli accadimenti sonori.

Vedo, ascolto e mi impegno a trascrivere.

HO VISTO:

UN RAGNO A PANCIA IN SU
UNA SCIMMIA
UN’ONDA
UN’AMAZZONE
TRITONE CON LA SUA BUCCINA
LA MANO TESA DI UN’ALLEANZA
IL GRIDO VERSO CHI GUARDA ALTROVE
UOMINI CERCARE RISPOSTE
UN UOMO COSTRUIRE IL SUO PALAZZO
GLI UOMINI SCEGLIERE UN CAPO
UOMINI RIMANERE SOLI
LA RIBELLIONE DEGLI UOMINI
UOMINI PERDERE FIDUCIA
UOMINI DUBITARE DI SE STESSI
IL TEMPO FERMARSI
UOMINI CHE HANNO SMESSO DI CERCARE
UOMINI CHE SI DAVANO RISPOSTE
IL PRINCIPIO DELLA GUERRA
BAMBINI CHE IMPARANO A GIOCARE
UNA CALZAMAGLIA IMPAZIENTE
LA MATERIA MODELLARSI
Nella scrittura si palesa il segno che nel momento in cui viene scritto non ha alcun significato che vada oltre l’immagine di cui ho bisogno per ricordare visivamente quanto accade ai corpi che si muovono e agiscono davanti a me.

Procedendo in questa direzione scopro un meccaniso della visione che inevitabilmente si esprime tramite un’autorialità sulle immagini trascritte. Nella mia comunicazione prediligo la parola al disegno e quindi devo sottostare alla valenza che i componenti sintattici assumono alla lettura da parte di terzi. Non miro a esprimere un sgnificato ma un’immagine, quindi si presenta inevitabilmente uno slittamento tra l’immagine scritta e l’immagine che si costruirà negli occhi della mente di chi potrebbe leggere quanto scritto.

Il fuoco del mio sguardo poi, opera una scelta sulla quale il lettore non avrà spazio di opinione nè di intervento. Nella sua mente il fuoco da me scelto diventerà l’immagine totale su cui a sua volta sceglierà un fuoco e così via in un’ipotetica trascrizione. Questa selezione condiziona la mia narrazione/attraversamento fisico di quanto visto modificando già di un primo grado le immagini originale create dai corpi dei miei compagni. LOST IN TRANSLATION

Cerco di abbandonare un’autorialità nell’azione, ma tento di delegare totalmente al senso della vista, al senso dell’udito e al senso della memoria la creazione di immagini narranti. Ma l’autorialità spinge la descrizione per immagini tanto quanto la vista spinge lo sguardo negli occhi.

La mia presenza non deve/non può modificare il corso degli eventi volontariamente. Osservo come il mio essere con lo sguardo e l’udito in un determinato spazio modifica di per sè le azioni dei corpi in movimento. IL GESTO DEVE ESSERE NETTO -VUOLE ESSERE REPLICA

Sento la necessità di scavare più a fondo nel meccanismo EVENTO-DIVULGAZIONE-RICONOSCIBILITA’-IMMAGINE-SEGNO-SIGNIFICATO-ESEGESI

fornendomi di strumenti per l’analisi del processo autoriale, esegetico e di visione.

Sento la necessità di superare il meccanismo di visione provando a portarlo integralmente nel corpo, in cui la ricezione di immagini e azioni avvenga per mezzo di tutto il corpo, non solo tramite i sensi più puramente intellettivi.

2/1/2013 – PUNTI DI PARTENZA

“L’Evoluzione

No! Il segno.

Ok, sì il segno.”

Mariarca della Sanità vede che il cucchiano nell’acqua sembra diviso in due.

Il maestro dell’elementari la fa sembrare una magia. Grazie a questa magia lei per la prima volta vede il cucchiaino, l’acqua e fa un primo ragionamento sulla percezione, che è magica.

Mariarca cresce, va alle scuole superiori, e il professore ha l’obbligo curriculare di svelare che non è una magia quella del cucchiaino ma si chiama fenomeno della rifrezione. Ha un nome e volendo anche una formula. E così non c’è spazio per altro.

Mariarca perde la magia e si dimentica del cucchiaino. Forse non ci sono spazi liberi nella percezione quindi.

Mariarca prepara l’acqua e zucchero per la figlia, di cui lei ora è madre. Un giorno rivede il cucchiaino spaccato in due e si ricorda della magia. Mariarca si infila di nuovo nella sua magica percezione. Mariarca esiste oltre l’acqua, lo zucchero e la figlia.

Il segno. Forse lavorare sul segno per andare oltre le stanghette che ho sempre letto come morte, quando dovevano spiegare il perchè e il come. +-=*% etc.

Scoprire il movimento vitale del segno che permane.

Kairos

Kronos

L’amplesso lo si raggiunge per una serie di movimenti meccanici, fenomeni chimici e neurologici. Quando però si è in quella frattura lì di tempo, di spazio e di corpo, si diventa noi stessi la sensazione che si prova, non sono in estasi ma sono l’estasi.

Se guardo una stella io sono proiettata in quella stella lì, altrimenti non potrei mai raggiungerla lei, nella sua complessità di fenomeni. Se guardandola dovessi pensare all’illusione della luce che sposta l’immagine della stella rispetto alla posizione in cui è realmente, allora non vedrei più la stella, dovrei rinunciare a lei e vivere una terra senza stelle a cui potermi relazionare. Se dovessi pensare a tutta la meccanica e ai neuroni che scatenano l’orgasmo quando io stessa divento l’amplesso, non potrei mai abbandonare il mio corpo e non raggiungerei mai la stella.

 

EONE – perido di tempo
AION- ciclo
EVUS – Eternus
EIONI DIVINI – cicli di tempo che sono diventati infiniti per gli uomini dal fiato sempre più accorciato dal legame con la materia.